Archivio | giugno, 2011

Non posso fare il comunicatore per tutta la vita

27 Giu

Qualche giorno fa ho partecipato a una bellissima riunione in una multinazionale. In quel posto, qualche anno fa, pareva potessi andare a lavorarci. Quando quella possibilità mi si schiudeva davanti, quel lavoro mi sembrava la cosa più bella che mi potesse capitare.

Eppure dissi di no. Un’altra sfida professionale, nella mia città, a 24 anni, era in realtà la più bella che possa capitare. La possibilità di coordinare un pezzo determinante di una campagna elettorale, e di farlo in totale autonomia, mi fece prendere un’altra strada.

Ma proprio in quel pomeriggio umido di qualche giorno fa il cerchio pare essersi improvvisamente chiuso, insieme a quattro anni meravigliosi. In una sorta di epifania, ho realizzato che non è questo il mio lavoro, non sono un comunicatore, non sono un esperto in social media, non posso esserlo.

Sbaglio proprio nel metodo: faccio, da artigiano, un lavoro che richiede processi industriali. I comunicatori non possono essere né di destra né di sinistra, non possono mettere l’etica nelle loro questioni professionali: devono comunicare nel migliore dei modi possibili, e basta.

Io non ci riesco, non ce la faccio proprio. Quando mi appassiono sono disposto a fare le nottate e a vomitare per la tensione, ma è la mia dimensione e la difenderò sempre. Quando invece non entro in empatia, non riesco a carburare.

Dopo la laurea in psicologia con una tesi in psicologia culturale (detto tra noi, era una laurea in sociologia politica), decisi di studiare marketing e iscrivermi a un master sempre qui, a Bari.

Quando intrapresi questa decisione avevo ben presente che, pur essendo dottore in psicologia, ricordavo perfettamente gli esami di organizzazione ed economia aziendale, o i libri di metodologia della ricerca. C’era qualcosa che, evidentemente, mi indirizzava verso un modello di lavoro basato su numeri, flussi, trend, analisi, dati, ascolto, lavoro di gruppo.

Decisi di studiare marketing perché, ne sono ancora convinto, bisogna conoscere le regole del gioco per vincere le partite. Vale in politica, in economia, in comunicazione: se un modello sociale e culturale non ti piace devi conoscerlo a menadito per sfidarlo. Studiai marketing per battere il marketing, non per vendere detersivi.

Nel frattempo, però, sono entrato in un’agenzia di comunicazione. L’avrò detto 100 volte, forse eccedendo in retorica: Proforma è la prima, e credo ultima, sicuramente l’unica agenzia dove oggi potrei lavorare. Qui lo dico e qui lo nego: se c’è una cosa che Internet ha imposto ai suoi utenti, è la messa al bando della parola MAI e della parola SEMPRE. Se ti smentisci, sei finito. Però, a oggi, sono abbastanza convinto della veridicità di queste affermazioni.

Sto qui perché è un posto anomalo: non accetta commesse da clienti politici che hanno idee diverse dalle nostre e mi hanno sempre lasciato libero di parlare. Abbiamo un approccio emotivo, secondo alcuni assai poco professionale, alle nostre cose: questo è il mio modo di essere militante, metto le mie conoscenze al servizio delle idee. Non sono uomo né da piazza né da partito, faccio quello che posso per questo Paese e per la società dove lavoro, pur conscio dei miei limiti.

Militanza e professionalità, artigianato e processo industriale, ideologia e deontologia sono, però, coppie inconciliabili.

Le mie intemperanze comportamentali, il mio bisogno di fare il battitore libero, di dire ciò che penso, mi ha già causato problemi. E, soprattutto, ha causato problemi alla società che mi dà lo stipendio. Questo, obiettivamente, è inaccettabile. La mia testa non può essere un dolo nel posto dove dovrebbe essere un valore.

Per questo devo ringraziare capi e colleghi, perché lavoro in un posto fantastico e mi hanno permesso di fare danni. Però il peso di questa responsabilità inizia a diventare troppo forte per me. Per quanto possa essere egoista, superbo o autoriferito, come spesso sono descritto dai miei detrattori e talvolta anche dai miei amici, il bene del gruppo viene sempre prima del mio.

Per tutte queste ragioni, un giorno, cambierò mestiere. Ho scoperto che il mio lavoro mi esalta, la professione molto meno.

10 consigli per una buona campagna elettorale

27 Giu

Post originale: http://dariosalvelli.com/2011/06/campaign-manager-consigli-fare-buona-campagna-elettorale

1. Non cambiare improvvisamente il profilo del candidato con scelte artificiali, pur se teoricamente giuste dal punto di vista comunicativo: un politico è una persona, non un detersivo (vedere la strategia autolesionista della Moratti 2.0 del ballottaggio, passata improvvisamente dai viaggi in città con le auto coi vetri oscurati a Foursquare).
2. Iniziare la campagna molti mesi prima delle elezioni: ogni processo complesso richiede mesi di impegno quotidiano per entrare a regime. – Esempio: la campagna elettorale di Emiliano (Bari, sindaco di centrosinistra riconfermatosi nel 2009) iniziata un anno prima con i sondaggi che lo davano 9 punti indietro, Emiliano vince al ballottaggio mentre la provincia di Bari, nella stessa tornata, passa al centro-destra al primo turno (era del centro-sinistra).
3. Definire con chiarezza ruoli e responsabilità, senza essere eccessivamente rigidi e burocratici ma disegnando una mappa organizzativa chiara per tutte le persone che partecipano alla campagna.
4. Realizzare il maggior numero possibile di strumenti di comunicazione, buone pratiche e suggerimenti organizzativi, mettendoli a disposizione dei cittadini che devono poterli reperire in modo facile e gratuito. – Esempio: il sito realizzato durante la campagna elettorale delle Regionali in Puglia del 2010, “Tarocca il manifesto” (ora inattivo). Lo realizzammo noi, ma in incognito, permettevamo agli utenti di taroccare i manifesti dei tre candidati. La nostra considerazione è che la campagna più taroccabile fosse quella di Nichi perché utilizzavamo le poesie, ma che il tarocco generasse un meccanismo virale che, anche in caso di ‘adbusting negativo’, ci favoriva perché faceva propagare l’impianto della campagna.
5. Leggere tutti i contributi che provengono dai cittadini, dagli elettori e dagli utenti: c’è qualcuno ne sa più di noi su qualsiasi argomento e potrebbe essere collegato a Internet, pronto ad aiutarci.
6. Delegare i principali processi di comunicazione e organizzazione ai volontari e ai sostenitori: centralizzare questi processi è un costo (economico, di risorse umane e di tempo) inutile. – Esempio: L’evento realizzato da sostenitori di Pisapia (e poi anche dal comitato elettorale) coi musicisti, Milano Libera Tutti.
7. Usare un tono più leggero per dire le cose più serie in modo tale da renderle più accessibili all’elettorato (leggero non vuol dire superficiale, piuttosto mi riferisco a modulare il tono, ricorrendo al registro dell’ironia e della satira)
8. Stimolare processi generativi (generatore di manifesti, hashtag, campagne e contest video) affinchè la campagna sia creata da tutti, in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. (Pisapia è stato bravo a utilizzare l’entusiasmo spontaneo della Rete e a trasformarlo, successivamente, in pezzi ufficiali di campagna elettorale). – Esempio: sul recupero ufficiale della campagna di Pisapia, la trasformazione di alcuni #morattiquotes in materiali ufficiali di campagna elettorale. Attraverso un sondaggio su Facebook il comitato elettorale ha chiesto agli utenti quali fossero le 8 quote più divertenti e le ha piazzate su t-shirt pro-Pisapia.
9. Seguire l’avversario ovunque, con telecamere e qualcuno che prenda appunti. Seguirlo anche sui mezzi tradizionali e sui nuovi media per poter adattare la strategia e la tattica elettorale in qualsiasi momento.
10. Ricordarsi sempre che quanto più si è innovativi, democratici, “giovani” e 2.0 in campagna elettorale, tanto più queste caratteristiche dovranno far parte dello stile di governo: un elettorato motivato è anche esigente ed è facile da deludere. (questa è una dinamica che parzialmente abbiamo visto negli USA con Obama e che vedremo nei prossimi anni in Italia) – Esempio: nel caso di Obama, che è l’unico misurabile, è nato l’ObamaMeter che misura il grado di fedeltà dell’azione amministrativa di Obama rispetto al programma e alle promesse fatte.

Minoranza rompicoglioni

27 Giu

Agire e pensare come tutti non è mai una garanzia e non è sempre una giustificazione.

 

(Marguerite Yourcenar)

Risi e Bisi #5 – Communtwist

26 Giu

Bisignani? Nessun reato, è un golpe della magistratura.

 

(Piero Sansonetti)

We only say goodbye with words

26 Giu

Della mia vita non devo rispondere al mio ex, a Dio, o agli uomini in gessato dell’etichetta discografica. Devo rispondere solo a me stessa.

 

(Amy Winehouse)

Rovesciare le Piramidi

24 Giu

Il potere della gente è più forte della gente al potere.

 

(Wael Ghonim)

Outing

24 Giu

Io non sono un uomo di sinistra.

 

(Antonio Di Pietro)

Anche stasera, non c’è male

23 Giu

Ci sono momenti in cui tutto va bene: non ti spaventare, non dura.

 

(Jules Renard)

Risi e bisi #4 – Festini bloccati

23 Giu

I festini non possono essere il criterio di selezione della classe dirigente.

 

(Giulia Bongiorno)

Quasi tutti uguali

23 Giu

‘I politici sono tutti uguali’ è uno slogan orrendamente qualunquista. Ma non avrebbe tanta fortuna se i politici non fossero quasi tutti uguali.

 

(Marco Travaglio)