Se qualcuno che conoscete potrebbe trarre beneficio da una vostra lettera o da una vostra visita, non rinviate la cosa, per nessun motivo. Ciò farà comunque la differenza, più di quanto possiate immaginare.
(Christopher Hitchens)
(Christopher Hitchens)
Oggi ufficialmente si chiude la stagione 2011-2012. Nella pratica ci si tiene in allenamento per la successiva.
Di sicuro è stato l’anno più duro da quando lavoro. Duro perché faticoso, duro perché difficile, duro perché la crisi morde, duro perché non sempre si può capire se le cose succedono per merito tuo o demerito tuo, colpa tua o grazie a te.
Non ho mai atteso le vacanze come questa volta. Non saranno lineari come avrei voluto, ma ci sono e tanto basta. Siccome le ho attese tanto, ho una lista molto lunga di cose che vorrei fare durante il mese di agosto 2012. Eccole.
– dormire
– dormire il pomeriggio, qualche volta (variante evoluta della precedente)
– riposare membra e mente a sufficienza per poter affrontare la prossima stagione, certamente ancor più dura della precedente, senza scoppiare a gennaio come le squadre di Zeman
– sperimentare l’assai inusuale sensazione di non essere morto di sonno alle ore 22 e, dunque, riuscire a dire qualcosa di intelligente anche dopo quell’ora
– pranzare all’interno di un edificio usualmente adibito ad abitazione, qualche volta
– leggere Hitchens (e anche Zizek, e anche Gramsci, e anche Turkle, e anche Shirky. Senza perdere d’occhio l’attualità)
– andare al mare alle otto del mattino, come i vecchi
– andare via dal mare al tramonto, come i giovani
– mangiare almeno una volta presso il ristorante ‘Aia Noa’ di Alezio, provincia di Lecce (corollario, mangiare almeno una volta gli spaghetti alla mollica)
– mangiare frutti di mare crudi almeno una volta (se c’è anche la birra artigianale, tanto meglio)
– giocare a poker
– scrivere quasi tutti i giorni
– andare almeno ad almeno tre concerti
– prendere decisioni su cosa fare nella stagione 2013-2014, quelli in cui arriverò ai trent’anni e, in ogni caso, si chiuderà inevitabilmente un pezzo di vita (dubito di poter prendere decisioni nette prima di allora)
– sperimentare quel dispositivo sociale pomeridiano universalmente riconosciuto come ‘aperitivo’, qualche volta
– sentirmi in colpa almeno una volta al giorno pensando a chi non è in vacanza
– seguire le due scadenze di lavoro che mi culleranno in riva al mar
– guidare con il sole che ti acceca
– perdermi mentre guido, con moderazione
– ascoltare più musica possibile, meglio se mentre si guida
– fare qualche brainstorming serio, ma con i piedi nella sabbia
– fare tutte queste cose con le persone giuste (bastano le dita delle mani)
– andare a VeDrò
– giocare almeno un’altra partita di pallone col Katenaccio, al netto dello sport scadente da spiaggia
– aggiungere in corso d’opera altri punti che ho certamente dimenticato, senza farmi prendere dall’ansia per come mi sono auto-farcito questi giorni di pausa
— Aggiunte —
– studiare per l’asta del Fantacalcio
– indossare almeno una volta una felpa a manica lunga
(Johathan Coe)
(Ilaria Puglia)
(William Faulkner)
Ore 1.45 AM: mode on
Sono in ufficio dalle 9.30. Ho fatto una pausa pranzo più lunga per infilarci una riunione. Domani sveglia alle 8, si va di corsa a un dibattito, e soprattutto si va di corsa da un amico. Prima di andar via, però, volevo scrivere una cosa.
In questi giorni tutti sballati, tra la revisione dell’auto, le tasse da pagare e soprattutto le riunioni necessarie a capire quanti e quali slot dell’agenda e del cervello devono essere ancora riempiti per la stagione 2012-2013 (la risposta è: pochi, molto pochi), si inizia in modo quasi automatico a fare un bilancio di ciò che è stato e soprattutto a misurare te stesso nelle aspettative di ciò che sarà.
Chi legge questo blog sa che ho fatto un piccolo percorso personale che a un certo punto mi ha portato a sostenere pubblicamente che il mio carattere e il mio modo di vivere sono incompatibili con quasi tutte le tradizionali aspirazioni di carriera. Insomma, il rischio (o il privilegio) è di rimanere per tutta la vita in provincia a combattere.
La prospettiva, per molti, rappresenta un elemento di terrore ma soprattutto una spia di un presunto fallimento esistenziale. Siamo così tanto impegnati a definire la nostra identità dentro il reddito, lo status, il come ci vestiamo, il cosa compriamo da aver dimenticato perché viviamo, qual è il senso, o l’obiettivo, della vita degli esseri umani.
So di essere ipersemplificativo, ma credo che ognuno di noi dovrebbe vivere per essere felice. Con la parola ‘felicità’, in realtà, ho un rapporto abbastanza conflittuale (così come con la parola ‘amico’, che prima ho usato con una naturalezza che dovrebbe farmi riflettere). Per me la felicità è un modo ragionevole di definire quei momenti (molto, molto brevi) che nella vita di ciascuno di noi possono accadere, che spesso suggellano il punto di arrivo di un percorso o il punto di partenza verso un nuovo orizzonte.
Non è difficile comprendere che lavoro, potere, denaro, realizzazione personale siano componenti che concorrono al raggiungimento della felicità. Il corto circuito, però, avviene se si fa coincidere la felicità esclusivamente con il raggiungimento di traguardi all’interno di questa sfera di priorità.
Da settimane rifletto su come conciliare la scoperta dei miei limiti (dentro questo sistema) con il naturale perseguimento del proprio obiettivo di vita, cioè la felicità. In sintesi mi sto ponendo questo interrogativo: se so già che farò molta fatica a raggiungere certi traguardi, come farò a essere felice?
Alla risposta (provvisoria, come tutte le conclusioni a cui si arriva nella vita e nel ragionamento attorno a essa) ci sono arrivato per negazione. Ho modificato la domanda e ho ragionato in negativo: senza cosa non sarei felice?
In cima alla lista, oggi, c’è un piatto di spaghetti con le cozze. Un piatto di spaghetti per due persone, preparato in casa, costa 2.3€. La felicità è a soli due euro e trenta di distanza. Almeno per me.
Questa consapevolezza, per me potentissima, mi ha liberato da un’infinità di strutture: la necessità di guadagnare sempre di più, la necessità di fare cose ‘fighe’, la necessità di accettare compromessi inaccettabili pur di star dentro le prime due necessità. Lo spaghetto, per certi versi, mi sta aiutando con il processo progressivo di emancipazione insieme a Hitchens, al sonno che mi fa prendere decisioni migliori e, perché no, a questo blog.
Ho continuato a ragionare per negazione. Non sarei felice se non potessi dire la mia, sempre. Non sarei felice se non potessi vedere il mare. Non sarei felice se non potessi continuare a fare il cazzone durante le fasi serie della mia vita. Non sarei felice se i miei dovessero vergognarsi di me. Non sarei felice se diventassi inaccessibile. Non sarei felice se mi impedissero di scrivere. Non sarei felice se una volta ogni tanto non potessi fare nottata in ufficio. Non sarei felice se non potessi guidare, se non potessi leggere, se non potessi ascoltare musica.
Adesso posso guardare in faccia la realtà con quella giusta dose di strafottenza (ah, quanto mi piace questa parola) necessaria a non prendersi troppo sul serio, a guardare alla vita con serenità, tenendo a mente la differenza tra la felicità e il successo. Una differenza che, troppo spesso, ignoriamo.
Adesso posso guardare in faccia la realtà. Con il mio piatto di spaghetti tra le mani.
Ore 2.08 AM: mode off
(Antoine Rivaroli)
(Martin Luther King)
(Tonino Risuleo)