Le classi politiche, succubi delle ideologie economiche professate dai sacerdoti del capitalismo finanziario, non hanno mai, anche perché spesso personalmente coinvolte, né esaminato, né governato il ruolo del denaro nella politica.
(Guido Rossi)
(Guido Rossi)
(Emma Bonino)
Il lamento del Medio Alto – http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9091
Punto primo. Mi sono scocciato di pagare per il funzionamento di una giostra su cui non esercito alcun controllo. Il debito lo avete fatto voi e lo saldo io. Ma avrò almeno il diritto di pretendere che la smettiate di indebitarvi? A quanto pare, no. Io vorrei che i miei soldi – frutto del lavoro quotidiano e non di una eredità o di un gratta e vinci – servissero a finanziare le scuole e gli asili-nido, a umanizzare le carceri, a ripulire gli ospedali, a pagare gli stipendi degli insegnanti, dei poliziotti e dei tanti impiegati che svolgono con impegno la loro missione di servitori dello Stato.
Invece so già che verranno gettati fra le fauci del Carrozzone Pubblico, che se li divorerà in un sol boccone per poi rivoltarsi famelico contro di me, chiedendomi altro cibo. So già che la politica, cioè quell’accozzaglia di affaristi senza ideali che ne usurpa il nome, li userà per tenere in piedi gli enti inutili, le baracche elettorali, le torme di parassiti che campano da decenni alle spalle dei contribuenti.
Non è dunque il prelievo in sé a indignarmi. Ma la sua assoluta inutilità. In attesa di riforme strutturali, che dopo vent’anni di chiacchiere sono ancora e sempre «allo studio», i miei soldi serviranno solo a perpetuare un sistema che non mi piace, a garantire la pace sociale dei furbi, non quella dei poveri.
Punto secondo. Accetto di farmi spremere, ma non di farmi prendere in giro. Quelli che vengono contrabbandati come tagli alla politica sono in realtà tagli ai servizi degli enti locali, che si rivarranno sui cittadini, cioè di nuovo, sempre e soltanto su di noi.
Punto terzo. Trovo giusto che, in tempi di crisi, chi guadagna meno di me non contribuisca allo sforzo (anche se poi lo fa, con i tagli alle tredicesime e alle pensioni). Mentre considero una vergogna che il collega che guadagna quanto me, ma ha cinque figli a carico, non abbia diritto a uno sconto. Il padre di una famiglia numerosa che incassa 90 mila euro lordi l’anno (circa 4000 netti al mese) non è un Super Ricco e nemmeno un Medio Alto.
E’ un Medio Impoverito che deve già versare più degli altri per i medicinali e le tasse scolastiche dei figli, e che da domani non avrà più neanche i mezzi per tentare di scuotere, con i suoi consumi, l’encefalogramma piatto dell’economia. Mi sembra incredibile che la Chiesa, sempre così lesta a dire la sua su gay e moribondi, non abbia saputo imporre a un governo di sepolcri imbiancati la difesa reale della famiglia, accontentandosi di conservare intatti, anche in questa tormenta, i propri scandalosi privilegi fiscali.
Ultimo punto (ma è di gran lunga il primo). Mi sta bene che i poveri non paghino. Ma perché non pagano neanche i ricchi veri? A Lugano le banche hanno dovuto mettere fuori i cartelli: cassette di sicurezza esaurite. Segno che nei giorni scorsi un esercito di compatrioti ha sfondato le frontiere per andare a nascondere del denaro. Sono i signori del secondo e del terzo Pil (il nero e il mafioso). Quelli con il Pil sullo stomaco. Gli Irrintracciabili.
Scommettiamo che il più facoltoso di loro dichiarerà al fisco 89.999 euro? Li disprezzo. Persino più dei politicanti. Giuro che d’ora in avanti non avrò più pietà. Chiederò scontrini a tutti su tutto. E se mi diranno: «Ma così, dottore, non posso più farle lo sconto», li andrò a denunciare. Poiché sono l’unico che paga, in questo accidenti di Paese, voglio cominciare a togliermi qualche sfizio anch’io.
(Guy Debord)
(Jacob Bronowski)
(Napoleone Bonaparte)
(Gorgia)
(Carlo Tecce)
(Don Tapscott e Anthony Williams)
Voglio passare tutta la vita a scrivere.
Ovunque ci sia spazio, a chiunque ne possa trarre giovamento, su qualsiasi terreno su cui ci sia bisogno di idee e di pensieri.
Non voglio scrivere di qualsiasi cosa ma non voglio neanche scrivere sempre dello stesso argomento, né voglio scrivere solo cose di cui sono perfettamente cosciente, perché mi annoierebbe e annoierebbe anche chi legge.
Voglio scrivere cose impopolari e retoriche, prolisse e sintetiche, sarcastiche, ironiche e serie. Utili e inutili.
Voglio scrivere per me e per gli altri, per i miei amici e per il mondo, sui giornali e sui blog, online e offline, per la stampa e per la televisione, per il cinema e per la radio.
A nome mio e per qualcun altro.
Voglio scrivere cose illuminanti e prendere delle cantonate pazzesche.
Voglio scrivere a quattro mani con persone che la pensano come me, che scrivono meglio di me e, chissà, aiutare chi pensa possa avere bisogno del mio aiuto.
E voglio anche scrivere a quattro mani con persone che la pensano diversamente da me, che scrivono peggio di me e, chissà, essere aiutato da persone che potrebbero aiutarmi a ricavare il meglio dai miei pensieri.
Chissà se un giorno tornerò a scrivere su carta, ma l’idea è che si perda molto tempo e si faccia molta fatica. Il fascino dell’analogico, in questo caso, non supera la praticità del digitale. E poi bisognerebbe rifarci l’abitudine, riprendere la penna, usare solo la mano sinistra.
Ecco, l’abitudine. Voglio scrivere perché ho voluto scrivere, perché ho iniziato, forse sono migliorato, di sicuro è iniziato a diventare un gesto naturale, come se avessi avuto bisogno di allenare la mano, il cervello, lo stile. E ora non mi voglio fermare più.
Questa è l’ultima cosa che scrivo prima di uscire dall’ufficio, che chiude per due settimane.
Tecnicamente sono in ferie, nella pratica spengo tutto. E mi metto a scrivere.