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(non trovo la fonte)
(Nadia Comăneci)
(voltaire)
Ore 1.45 AM: mode on
Sono in ufficio dalle 9.30. Ho fatto una pausa pranzo più lunga per infilarci una riunione. Domani sveglia alle 8, si va di corsa a un dibattito, e soprattutto si va di corsa da un amico. Prima di andar via, però, volevo scrivere una cosa.
In questi giorni tutti sballati, tra la revisione dell’auto, le tasse da pagare e soprattutto le riunioni necessarie a capire quanti e quali slot dell’agenda e del cervello devono essere ancora riempiti per la stagione 2012-2013 (la risposta è: pochi, molto pochi), si inizia in modo quasi automatico a fare un bilancio di ciò che è stato e soprattutto a misurare te stesso nelle aspettative di ciò che sarà.
Chi legge questo blog sa che ho fatto un piccolo percorso personale che a un certo punto mi ha portato a sostenere pubblicamente che il mio carattere e il mio modo di vivere sono incompatibili con quasi tutte le tradizionali aspirazioni di carriera. Insomma, il rischio (o il privilegio) è di rimanere per tutta la vita in provincia a combattere.
La prospettiva, per molti, rappresenta un elemento di terrore ma soprattutto una spia di un presunto fallimento esistenziale. Siamo così tanto impegnati a definire la nostra identità dentro il reddito, lo status, il come ci vestiamo, il cosa compriamo da aver dimenticato perché viviamo, qual è il senso, o l’obiettivo, della vita degli esseri umani.
So di essere ipersemplificativo, ma credo che ognuno di noi dovrebbe vivere per essere felice. Con la parola ‘felicità’, in realtà, ho un rapporto abbastanza conflittuale (così come con la parola ‘amico’, che prima ho usato con una naturalezza che dovrebbe farmi riflettere). Per me la felicità è un modo ragionevole di definire quei momenti (molto, molto brevi) che nella vita di ciascuno di noi possono accadere, che spesso suggellano il punto di arrivo di un percorso o il punto di partenza verso un nuovo orizzonte.
Non è difficile comprendere che lavoro, potere, denaro, realizzazione personale siano componenti che concorrono al raggiungimento della felicità. Il corto circuito, però, avviene se si fa coincidere la felicità esclusivamente con il raggiungimento di traguardi all’interno di questa sfera di priorità.
Da settimane rifletto su come conciliare la scoperta dei miei limiti (dentro questo sistema) con il naturale perseguimento del proprio obiettivo di vita, cioè la felicità. In sintesi mi sto ponendo questo interrogativo: se so già che farò molta fatica a raggiungere certi traguardi, come farò a essere felice?
Alla risposta (provvisoria, come tutte le conclusioni a cui si arriva nella vita e nel ragionamento attorno a essa) ci sono arrivato per negazione. Ho modificato la domanda e ho ragionato in negativo: senza cosa non sarei felice?
In cima alla lista, oggi, c’è un piatto di spaghetti con le cozze. Un piatto di spaghetti per due persone, preparato in casa, costa 2.3€. La felicità è a soli due euro e trenta di distanza. Almeno per me.
Questa consapevolezza, per me potentissima, mi ha liberato da un’infinità di strutture: la necessità di guadagnare sempre di più, la necessità di fare cose ‘fighe’, la necessità di accettare compromessi inaccettabili pur di star dentro le prime due necessità. Lo spaghetto, per certi versi, mi sta aiutando con il processo progressivo di emancipazione insieme a Hitchens, al sonno che mi fa prendere decisioni migliori e, perché no, a questo blog.
Ho continuato a ragionare per negazione. Non sarei felice se non potessi dire la mia, sempre. Non sarei felice se non potessi vedere il mare. Non sarei felice se non potessi continuare a fare il cazzone durante le fasi serie della mia vita. Non sarei felice se i miei dovessero vergognarsi di me. Non sarei felice se diventassi inaccessibile. Non sarei felice se mi impedissero di scrivere. Non sarei felice se una volta ogni tanto non potessi fare nottata in ufficio. Non sarei felice se non potessi guidare, se non potessi leggere, se non potessi ascoltare musica.
Adesso posso guardare in faccia la realtà con quella giusta dose di strafottenza (ah, quanto mi piace questa parola) necessaria a non prendersi troppo sul serio, a guardare alla vita con serenità, tenendo a mente la differenza tra la felicità e il successo. Una differenza che, troppo spesso, ignoriamo.
Adesso posso guardare in faccia la realtà. Con il mio piatto di spaghetti tra le mani.
Ore 2.08 AM: mode off
(Axelle Lemaire, neodeputata francese per i residenti all’estero, trentasette anni, ha rifiutato l’offerta di un ministero da parte di Francois Hollande)
(Bill Cunningham)
(Mariangela Gualtieri)
La comunicazione è una parola precaria.
Lavorare nella comunicazione vuol dire accettare l’idea di convivere con una precarietà ‘esistenziale’. Può essere commerciale, istituzionale o politica: cambia poco. Bisogna avere una buona idea, spesso più di una. In tempi spesso stretti. Non si può dire ‘non lo so fare’, bisogna provarci.
Ogni volta che si è chiamati a fare il proprio lavoro, si entra in una dimensione precaria. A stimolo non sempre corrisponde risposta uguale, e l’incertezza è la porta di accesso privilegiata alla precarietà.
La creatività non è quasi mai una linea retta, soprattutto se si considera che la buona comunicazione non è quella ‘bella’ o memorabile, ma quella che produce cambiamento, qualsiasi cambiamento, dalla cinica attivazione del comportamento d’acquisto all’ideale attivazione sociale per il bene comune.
La buona idea, poi, neanche basta. La buona comunicazione è quella che sa estrarre la creatività da uno spazio chiuso, quello dei dati statistici, degli obiettivi di marketing e delle aspettative del tuo interlocutore. Bisogna sperare che piaccia al cliente e che non cambi idea in corsa. Bisogna essere pronti a cambiare, sempre. Anche controvoglia. E soprattutto bisogna essere pronti ad accettare l’idea di dover rimescolare le carte più e più volte. Perché cambia il contesto, o il mercato, e dunque le idee possono diventare rapidamente, e improvvisamente, vecchie.
I comunicatori sono precari di mestiere, ed è facile immaginare quanto questo possa essere vero nei periodi di crisi economica. Quali sono le prime spese che un’azienda taglia? Quelli (apparentemente) non necessari: la ‘pubblicità’, perché prima ci sono gli stipendi dei dipendenti e i fornitori da pagare. Meno soldi, più ansia, più fretta, più vincoli, più precarietà.
Il comunicatore precario per eccellenza è, però, il comunicatore politico. Si può vincere le elezioni senza alcun merito, se il candidato con cui si lavoro è favorito o se l’avversario è debole. E in quel caso, nessuno ti riconoscerà (giustamente) alcun merito.
Il rovescio della medaglia, però, è che si può perdere senza alcun demerito, magari dopo una rimonta clamorosa che si ferma, però a un passo dal traguardo. E a quel punto la bravura, la buona idea, l’approvazione del politico non bastano. Hai perso. E diventi come gli allenatori che arrivano secondi: precari, se non addirittura disoccupati.
(testo scritto per il libro ‘Senza Paracadute – Diario tragicomico di un giornalista precario’ di Antonio Loconte)