Tag Archives: comunicazione

Ammazza

5 Ott

Oggi, per instaurare un regime, non c’è più bisogno di una marcia su Roma né di un incendio del Reichstag, né di un golpe sul Palazzo d’Inverno. Bastano i cosiddetti mezzi di comunicazione di massa: e fra di essi, sovrana e irresistibile, la televisione. […]

Il risultato è scontato: il sudario di conformismo e di menzogne che, senza bisogno di leggi speciali, calerà su questo Paese riducendolo sempre più a una telenovela di borgatari e avviandolo a un risveglio in cui siamo ben contenti di sapere che non faremo in tempo a trovarci coinvolti.

(Indro Montanelli, 1994)

La bomba Wikipedia

5 Ott

Fedele alla sua incrollabile fiducia nell’economia e nella produzione, la sinistra non crede che cultura e comunicazione possano influire più che marginalmente sulla mentalità dell’elettorato.

 

(Carlo Freccero)

Blob 2.0 – Il padrone di casa

8 Set

Ciò che produce effetti di realtà è reale.

 

(Andrea Sales)

Albinea #2 – Prendi e torna a casa

24 Lug

Se fossi vissuto trent’anni fa, ora lavoreresti per un partito.

 

(Samuele Agostini)

La pagina FB di Berlusconi si contraddice da sola

8 Lug

Le parole sono importanti

3 Lug

Chi parla male pensa male, e vive male.

(tratto da Palombella Rossa, di Nanni Moretti)

Non posso fare il comunicatore per tutta la vita

27 Giu

Qualche giorno fa ho partecipato a una bellissima riunione in una multinazionale. In quel posto, qualche anno fa, pareva potessi andare a lavorarci. Quando quella possibilità mi si schiudeva davanti, quel lavoro mi sembrava la cosa più bella che mi potesse capitare.

Eppure dissi di no. Un’altra sfida professionale, nella mia città, a 24 anni, era in realtà la più bella che possa capitare. La possibilità di coordinare un pezzo determinante di una campagna elettorale, e di farlo in totale autonomia, mi fece prendere un’altra strada.

Ma proprio in quel pomeriggio umido di qualche giorno fa il cerchio pare essersi improvvisamente chiuso, insieme a quattro anni meravigliosi. In una sorta di epifania, ho realizzato che non è questo il mio lavoro, non sono un comunicatore, non sono un esperto in social media, non posso esserlo.

Sbaglio proprio nel metodo: faccio, da artigiano, un lavoro che richiede processi industriali. I comunicatori non possono essere né di destra né di sinistra, non possono mettere l’etica nelle loro questioni professionali: devono comunicare nel migliore dei modi possibili, e basta.

Io non ci riesco, non ce la faccio proprio. Quando mi appassiono sono disposto a fare le nottate e a vomitare per la tensione, ma è la mia dimensione e la difenderò sempre. Quando invece non entro in empatia, non riesco a carburare.

Dopo la laurea in psicologia con una tesi in psicologia culturale (detto tra noi, era una laurea in sociologia politica), decisi di studiare marketing e iscrivermi a un master sempre qui, a Bari.

Quando intrapresi questa decisione avevo ben presente che, pur essendo dottore in psicologia, ricordavo perfettamente gli esami di organizzazione ed economia aziendale, o i libri di metodologia della ricerca. C’era qualcosa che, evidentemente, mi indirizzava verso un modello di lavoro basato su numeri, flussi, trend, analisi, dati, ascolto, lavoro di gruppo.

Decisi di studiare marketing perché, ne sono ancora convinto, bisogna conoscere le regole del gioco per vincere le partite. Vale in politica, in economia, in comunicazione: se un modello sociale e culturale non ti piace devi conoscerlo a menadito per sfidarlo. Studiai marketing per battere il marketing, non per vendere detersivi.

Nel frattempo, però, sono entrato in un’agenzia di comunicazione. L’avrò detto 100 volte, forse eccedendo in retorica: Proforma è la prima, e credo ultima, sicuramente l’unica agenzia dove oggi potrei lavorare. Qui lo dico e qui lo nego: se c’è una cosa che Internet ha imposto ai suoi utenti, è la messa al bando della parola MAI e della parola SEMPRE. Se ti smentisci, sei finito. Però, a oggi, sono abbastanza convinto della veridicità di queste affermazioni.

Sto qui perché è un posto anomalo: non accetta commesse da clienti politici che hanno idee diverse dalle nostre e mi hanno sempre lasciato libero di parlare. Abbiamo un approccio emotivo, secondo alcuni assai poco professionale, alle nostre cose: questo è il mio modo di essere militante, metto le mie conoscenze al servizio delle idee. Non sono uomo né da piazza né da partito, faccio quello che posso per questo Paese e per la società dove lavoro, pur conscio dei miei limiti.

Militanza e professionalità, artigianato e processo industriale, ideologia e deontologia sono, però, coppie inconciliabili.

Le mie intemperanze comportamentali, il mio bisogno di fare il battitore libero, di dire ciò che penso, mi ha già causato problemi. E, soprattutto, ha causato problemi alla società che mi dà lo stipendio. Questo, obiettivamente, è inaccettabile. La mia testa non può essere un dolo nel posto dove dovrebbe essere un valore.

Per questo devo ringraziare capi e colleghi, perché lavoro in un posto fantastico e mi hanno permesso di fare danni. Però il peso di questa responsabilità inizia a diventare troppo forte per me. Per quanto possa essere egoista, superbo o autoriferito, come spesso sono descritto dai miei detrattori e talvolta anche dai miei amici, il bene del gruppo viene sempre prima del mio.

Per tutte queste ragioni, un giorno, cambierò mestiere. Ho scoperto che il mio lavoro mi esalta, la professione molto meno.