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#15O all’italiana

15 Ott

L’Italia è quel Paese dove è estremamente facile fare quello di cui non si ha diritto, estremamente difficile fare quello di cui si ha diritto.

(Guido Morselli)

I Radicali e Dio

14 Ott

Io non so se Dio esiste. Ma se esiste, spero che abbia una buona scusa.

 

(Woody Allen)

Devianze al potere

13 Ott

Non mi sento un designer, ma un autistico moderno.

 

(Philippe Starck)

Lunedì mattina

10 Ott

La mia ambizione è ostacolata dalla mia pigrizia.

 

(Charles Bukowski)

Io, italiano della seconda Repubblica

9 Ott

Ho conosciuto bene, data la mia età, la Prima Repubblica. Allora protestavo. Ma la Seconda Repubblica è stata incomparabilmente peggiore.

 

(Giovanni Sartori)

Generatore automatico di ottimismo

8 Ott

Cambieremo l’Italia.

 

(Michele Carofiglio)

I quotidiani sono indispensabili?

7 Ott

Perché bisognerebbe leggere i giornali? Escono una volta al giorno, non contengono link diretti e non sono multimediali.

 

(Rahaf Harfoush)

Fotografia del 6 ottobre 2011 – Io e la morte

6 Ott

Ho un rapporto sereno con la morte. Come con tutte le non-variabili, o con le variabili che posso controllare direttamente. La morte è lì, non si discute, non si può evitare. Forse si può ritardare. Certamente si può anticipare. Sicuramente non si può prevedere, perlomeno non in modo preciso.

Quando muore qualcuno, non riesco a pensare al morto. Penso ai vivi. Alle lacrime di chi piange. Ai nuovi vuoti. Al bisogno dei vivi a cui voglio bene di ricordare i morti. Alle ragioni di un’esistenza che si assottigliano, si reinventano. O muoiono.

La morte dei vivi è decisamente più dolorosa perché non è una fine, è un’agonia. E l’agonia è molto più dolorosa di una morte. Perchè l’agonia è una variabile, la morte no.

Ho un rapporto sicuramente meno sereno con la vita. Non è conflittuale, per nulla. Ma è inquieto. Perché la morte è certa, l’arrivo della morte no. E per quanto ci si possa  muovere lungo la variabile del tempo, la morte può arrivare fra tre ore o fra 60 anni. Può essere violenta o lenta, dolorosa o dolce, cosciente o inconsapevole. Non lo saprò mai. Non lo sapremo mai.

L’ineluttabile, l’incontrollabile sono le dimensioni dell’inquietudine. Per questo motivo non riesco a perdere un solo secondo della mia vita. Mi incazzo quando mi annoio, quando la gente butta le proprie esistenze cercando di ingannare il tempo, come fosse una risorsa illimitata. Quando le persone rimangono bloccate nella loro vita aspettando che qualcuno (che non arriverà mai) li salvi.

Non capisco perché si abbia così tanta paura della propria morte e allo stesso tempo si abbia così tanto poco rispetto della propria vita.

Poche ore fa è morto Steve Jobs. Di lui ho ammirato il suo rapporto con la morte. Da quando ha ricevuto la sua lettera di condanna a morte ha realizzato l’iPhone, l’iPad, sviluppato l’iPod. La morte ha rappresentato una forza creativa. Di chi sapeva di avere poco tempo, di chi voleva lasciare qualcosa al mondo, e non poteva che dedicare la sua vita, ciò che gli restava, a questi obiettivi.

Per questo motivo, se ogni tanto mi vedete perdere la pazienza, mi vedete viaggiare in solitaria, non accettare i compromessi, schiantarmi contro i muri (e poi rialzarmi, e cercare un altro muro su cui schiantarmi), sappiate solo che lo faccio per questo, perché non so quanto tempo ho e per questo lo voglio spendere nel migliore dei modi.

Affamato sempre, folle non so. Di sicuro, ammirato dalla sua lezione di vita.

Non c’è niente da perdere

6 Ott

Pensare alla propria morte evita la trappola mentale: non c’è niente da perdere. Sei sempre stato nudo. Non c’è nessun motìvo per non seguire il proprio cuore.

 

(Steve Jobs)

Ammazza

5 Ott

Oggi, per instaurare un regime, non c’è più bisogno di una marcia su Roma né di un incendio del Reichstag, né di un golpe sul Palazzo d’Inverno. Bastano i cosiddetti mezzi di comunicazione di massa: e fra di essi, sovrana e irresistibile, la televisione. […]

Il risultato è scontato: il sudario di conformismo e di menzogne che, senza bisogno di leggi speciali, calerà su questo Paese riducendolo sempre più a una telenovela di borgatari e avviandolo a un risveglio in cui siamo ben contenti di sapere che non faremo in tempo a trovarci coinvolti.

(Indro Montanelli, 1994)