Chiariamoci: io quest’anno non ho concluso un cazzo.
Non ho prodotto cambiamenti, neanche marginali, nell’ambiente che mi circonda. Né a Bari, né in Puglia, né in Italia, né nel mondo. Le poche persone che riesco a far star bene c’erano anche nel 2010 e in molti (per scelta mia, come per scelta loro) non ci sono più, o sono relegati al ruolo di turisti.
Non posso vantare scarti qualitativi evidenti nella mia vita. Sono nella stessa città, nello stesso ufficio, con lo stesso status sociale di dodici mesi fa. La mia vita relazionale è ridotta ai minimi termini, le poche persone importanti continuano a essere al mio fianco con uguale ardore. Il mio reddito complessivo non è cresciuto a sufficienza per potermi permettere scelte di profonda novità. Nè, in verità, ho cercato questo ordine di decisioni.
Al lavoro tutto è proseguito speditamente: tanto impegno, tante novità, nessuna novità. Un filotto di giorni tremendamente intensi, un insieme di storie di 24 ore che hanno ognuna una propria dignità e autonomia rispetto a tutte le altre, ma che combinate fanno un racconto tutto sommato piatto.
La cartina di tornasole è nelle domande semplici. A questioni come: “Novità al lavoro?” “E a parte il lavoro?” rispondo sempre allo stesso modo, stancamente. “No, nessuna novità, tutto uguale, sono una persona noiosa”.
Non mi va di parlare dei cazzi miei, tutto quello che ho da far sapere è pubblico e tutto quello che non voglio far sapere non verrà certamente dichiarato dopo una domanda, seppur diretta.
Tutto questo, tutto sommato non è poi così grave. Anzi, forse è la diretta conseguenza di ciò che volevo davvero. Ogni anno è ‘dedicato’ a qualcosa: il primo gennaio decido di pormi un obiettivo, spesso piuttosto generico e soggettivo nei parametri di valutazione, e provo a perseguirlo. Il 2011, nella mia testa, doveva essere l’anno dell’understatement. Testa bassa e basso profilo, dopo anni al centro della scena, soprattutto a causa delle campagne elettorali della mia terra e alcuni scatti in avanti come la possibilità di scrivere su un quotidiano online nazionale. Ho abbandonato la provincia, non il provincialismo che mi permette di rimanere con i piedi saldamente per terra e che benedico tutti i giorni, insieme alla mia pessima cadenza barese, perché mi ricorda che non sono nessuno.
Mi sento soddisfatto rispetto all’obiettivo: penso di essere stato bravo, di aver effettivamente abbassato il profilo. Ho ridotto la retorica, asciugato i pensieri, rinunciato all’ampollosa diplomazia. La stanchezza mi ha reso più spigoloso, più netto, forse meno educato, ma mi sento migliore.
So che molti dei miei amici, conoscenti e contatti sui social media non sarebbero d’accordo con la disamina. Per un essere umano ‘social’, la sovraesposizione è in realtà una condizione esistenziale. Se comunichi te stesso attraverso i tuoi profili, è difficile che tu non sia percepito come portatore di un ego ingombrante. Piano piano questa dispercezione passerà: quando tutti saremo online e lo saremo in modo maturo e competente, si ripartirà da zero.
Per il momento devo accontentarmi dell’autoanalisi. Del lavoro che quotidianamente faccio su me stesso. Dei commenti cattivi che devo leggere e a cui ho il dovere di rispondere. Delle critiche, talvolta gentili e talvolta ostili, con le quali devo confrontarmi con uguale umiltà. Dei complimenti e degli attestati di stima, privati e pubblici, di gente comune e di grandi pensatori, che valgono solo nell’istante in cui vengono pronunciati, così come la gioia che si può provare in quei momenti.
Ho passato un anno in palestra. A formare la muscolatura. Adesso posso uscire di nuovo. Per fare qualcosa di importante, sempre che il mio carattere totalmente incapace di compromessi sia compatibile col cambiamento.
Mi metto alle spalle il 2011 senza aver lasciato nulla in eredità al futuro. Potrei ritenermi un buon lavoratore, ma il mio lavoro è stato retribuito, la transazione tra me e la società è chiusa così. Nessuno può ringraziarti ulteriormente e io non devo sentirmi mai in credito con nessuno.
Mi metto alle spalle il 2011 con un solo grande orgoglio personale grazie al quale sento di aver raggiunto l’obiettivo del 2011: l’understatement. Sono orgoglioso di non aver mai ostentato le mie emozioni più grandi. Né il dolore, né la gioia.
Ho perso due nonni e uno zio nel giro di tre mesi. Prima di quest’anno avevo tutti e quattro i nonni e tutti gli zii. Mi auguro che nessuno si sia accorto dei miei lutti, perché se così fosse stato mi sentirei ancora più orgoglioso. Ho preso non più di tre ore di permesso per i funerali, per le sveglie alle 5 del mattino, per le fughe in macchina, per stringere la mano dei vivi, per cercare di non dire banalità ai parenti che piangevano, per farmi sentire presente pur non essendolo quasi mai nel corso dell’anno.
Ho passato momenti indimenticabili, tra pomeriggi al mare e dibattiti pubblici, tra piccole felicità familiari e grandi soddisfazioni professionali, tra le righe della vita e i righi della scrittura, tra scambi di abbracci, affetto, complicità, tra urla al cielo e speranze, tra scoperte e rivelazioni. Come nel dolore, allo stesso modo ho ritenuto che la gioia non fosse qualcosa da condividere.
Tutti provano dolore, tutti provano gioia. Pensare di essere più felici o più disperati degli altri, e ritenere che comunicare queste emozioni possa essere utile a qualcuno, o che possa generare automaticamente empatia o condivisione per il solo fatto di averle comunicate, è una delle più sconcertanti (e comuni) forme di arroganza che io conosca.
Io quest’anno non ho concluso un cazzo, ma forse mi conosco un poco meglio. E sono felice così.
