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Fotografia del 9 giugno 2012 – Truffa in treno

9 Giu

Oggi (sabato 9 giugno) ho assistito a una scena incredibile sul Frecciargento Trenitalia 9355 (carrozza sei, seconda classe) con partenza da Roma alle 14.45 e arrivo a Bari alle 18.48.

Qualche minuto prima della partenza del treno e con i viaggiatori impegnati a sistemarsi nelle carrozze appare un uomo con una cesta di vimini e una grande busta di plastica. Non ha alcuna targhetta di riconoscimento, a differenza degli addetti alla pulizia del treno.

“Panini! Birre! Coca acqua caffè!”

Di fronte a me c’è un ragazzo americano con uno zaino da trekking. La sua compagna di viaggio si è allontanata per qualche minuto. Il venditore, dopo aver rapidamente superato gli altri posti a sedere, lo punta. Prende una birra e la piazza sul braccio del ragazzo, il quale allibito alza gli occhi. Capisce che deve dare una risposta alla domanda implicita: “compri questa birra?”. Dopo qualche secondo, il ragazzo accetta. Il tempo di chiedere il prezzo e il venditore piazza la seconda birra sul tavolino. Lo sguardo del ragazzo è sempre più perplesso.

Quanto costano? Sette euro. “Una quattro euro, due sette euro”. Il prezzo non è proprio dei più popolari. La birra, tra l’altro, proviene da un noto hard discount tedesco. Il ricarico

Il ragazzo accetta. In fondo è in vacanza, e non è detto che negli Stati Uniti il prezzo sia troppo migliore a parità di condizioni. Paga con una dieci euro. Ma non gli arrivano tre euro di resto. Il venditore, infatti, estrae una Pepsi dalla busta e gliela mette sul tavolo insieme a una moneta da un euro. Dello scontrino, inutile dirlo, neanche l’ombra.

Assisto alla scena incredulo. Tutto accade in non più di trenta secondi. Mosso dal senso di colpa per non aver fatto nulla per evitare un comportamento truffaldino, decido di scrivere questo post di getto.

Gli italiani si vantano, spesso a ragione, della loro capacità di accoglienza. Il turismo è una delle poche leve su cui il nostro Paese può puntare per uscire dalla crisi. Scene simili, in questo senso, sono sconfortanti. Trattare un turista straniero (ma in fondo sarebbe lo stesso con un turista italiano o con qualsiasi altro cittadino) come una specie di slot-machine non è proprio il modo più lungimirante per invogliarlo a ritornare qui, o a dire ai suoi amici che vale la pena di visitare l’Italia.  Farlo all’interno di un mezzo pubblico, e senza che nessuno impedisca a una persona (più o meno autorizzata) di farlo violando la legge è un messaggio chiaro e deprimente che arriva ai viaggiatori.

Dopo un’ora il venditore ripassa. Si ferma di nuovo davanti ai turisti americani. Gli piazza la birra sul tavolino. Questa volta il prezzo scende: tre euro. Non accettano, e prima che il venditore vada via sono obbligati a rimettere la birra nella cesta per smettere di essere importunati.

A quel punto gli chiedo: “Ma tu lavori per Trenitalia?”. Mi dice di sì. Gli chiedo un tesserino di riconoscimento, mi dice che sarebbe andato a prenderlo e sarebbe tornato. Mentre va via insisto: “Ma se lavori per Trenitalia perché non fai lo scontrino?” A quel punto si avvicina al mio orecchio e inizia a farfugliare in dialetto che non si può fare, che c’è la crisi, che altrimenti non guadagnerebbe. Dopo qualche secondo si dilegua.

Pochi minuti dopo ci fermiamo per la prima volta, a Caserta. Il venditore scende dal treno.

A questo punto mi piacerebbe sapere se quella persona lavorava per Trenitalia oppure se è un abusivo. E nel secondo caso mi piacerebbe sapere se ha pagato il biglietto per viaggiare oppure no. Il controllore è passato a verificare i nostri biglietti, quindi potrò certamente avere una risposta chiara a questa domanda.

Fotografia del 19 maggio 2012 – Brindisi

19 Mag

Sono in aeroporto. Seduto per terra, attaccato all’unica presa di corrente che ho trovato. Il mio aereo parte fra tre ore.

Stamattina stavo facendo lezione al master quando è arrivata la notizia. Ho chiesto ai ragazzi di fermare tutto. Dovevo farlo, anche perché ci sono importanti pezzi del mio lavoro legati all’attualità pugliese. Ho aperto il sito della Gazzetta del Mezzogiorno e di Repubblica, le mie mail. Il computer era attaccato al proiettore, abbiamo seguito tutto in diretta per qualche minuto. Poi sono tornato alla mia lezione. Poi ci siamo rifermati, poi sono andato fino in fondo.

Non ho niente da dire su quello che è successo. Non ora. Non sappiamo perché è successo né chi è stato. Anche per questo avrei tanto voluto (almeno) ventiquattro ore di silenzio, da parte di tutti. Così non è, purtroppo. Tutti hanno qualcosa da dire, qualche ricostruzione da fare, qualche ipotesi da coccolare, qualche ‘mi piace’ da conquistare.

Chi legge questo blog sa che parlo sempre meno dei fatti miei qui sopra. Quando lo faccio, è perché sento di aver imparato qualcosa di nuovo su me stesso, e ho scoperto che quando lo condivido è come se diventasse più vero, è come se certificare pubblicamente una scoperta la renda un nuovo pezzo di me stesso.

Oggi, in questa giornata in cui non ho voglia di dire una parola, ho voglia solo di raccontarvi una cosa che ho provato come mai in passato. Appena ho saputo la notizia, mi sono sentito in imbarazzo, quasi in colpa per non averla appresa dalla mia regione, dalla Puglia. Per non essere lì. Appena ho finito di lavorare, sono corso in aeroporto, quasi per volermi avvicinare a casa. E per poter scrivere queste parole.

Mi rendo conto che questo sentimento è irrazionale, e infatti non riesco a spiegarlo razionalmente. Il fatto che io sia a Milano e non a Bari non può modificare di una virgola né il corso delle cose né il mio comportamento. Ma avrei voluto restare in silenzio a Bari. E oggi, come mai nella vita, non vedo l’ora di tornare.

(approfitto di questo post per ringraziare i ragazzi del Master per la loro grandissima disponibilità e comprensione, e anche chi mi manda in giro per l’Italia per lavoro, perché di questi tempi è un privilegio e non smetterò mai, mai, mai di ringraziare chi mi permette di fare tutto questo)

Fotografia del 18 aprile 2012 – Dieci minuti tutti per me

18 Apr

Il primo contenuto della giornata di stamattina è stato un aggiornamento di stato scritto via cellulare da Facebook e Twitter mentre ero seduto sul cesso.

Mi lamentavo del fatto che non sto riuscendo a scrivere più niente. Cioè, sto scrivendo come non mai, ma non sui miei spazi. Scrivo per lavoro, non scrivo per piacere. Sui social media ho ridotto l’attività al minimo, su Twitter ci sto poco (e questo poco non basta per esserci), su Facebook un po’ di più ma spesso mi attardo in discussioni odiose, più nei toni che nei contenuti. Niente blog sul Fatto, niente analisi su Valigia Blu. Devo scrivere un’analisi serissima su Lady Gaga da mesi e non ci riesco.

Oggi, però, sono andato a fare lezione all’Università di Bari. La mia università. Nella mia città, che testardamente provo a non lasciare. Ospite del professor Mininni, il mio professore. Ossia chi ha creduto nel mio progetto di tesi, me l’ha fatto fare, mi ha lasciato libero di sperimentare. Mi ha insegnato l’amore per la lingua italiana (che però maltratto ancora troppo) e la passione per il metodo scientifico.

Allora ho deciso che, cascasse il mondo, oggi scrivo. Mi prendo dieci minuti tutti per me e per il mio blog personale.

Ho fatto un seminario di due ore a una ventina di studenti e dottorandi. In un’aula dove ho seguito lezioni e ho anche dato esami. Il professore mi ha presentato dicendo pubblicamente una cosa che non sapevo, e cioè che molti docenti, oltre a lui mi avrebbero permesso di fare la tesi con loro, perché di me apprezzavano lo spirito critico, ossia quel lato del mio carattere che oggi tendo quasi a non sopportare più ma che evidentemente ha un senso, lo ha avuto e lo avrà. Ma io ho deciso di fare la tesi con lui, e lui ne è stato orgoglioso.

Ho iniziato a parlare delle cose di cui parlo con più facilità. Coda lunga, saggezza della folla, la moschea di Sucate, il referendum del 2011, il surplus cognitivo, il muro caduto dopo 500 anni tra chi scrive e chi legge e di noi che non ci siamo ancora resi conto della portata storica di questo cambiamento.

Il professore, nel frattempo, prendeva appunti. Un sacco di appunti. Più di quelli che io prendevo a lezione, di sicuro. Un altro piccolo insegnamento. Non perdere mai l’umiltà. Ogni persona può insegnarti qualcosa. Le storie personali, soprattutto, sono sempre portatrici di esperienza e di riflessione.

Alla fine le domande. E poi ancora lui, il Prof, a dire una cosa per cui se non fossi stato davanti a un pubblico avrei tranquillamente potuto piangere.

“La soddisfazione più grande per un docente è vedere un suo allievo che lo supera”.

Penso di non averlo ancora superato. E forse non lo supererò mai. Però penso che il fatto che lui possa percepire una cosa così grande mi dice che devo continuare così. Con tutti i miei difetti. E con l’unico pregio che mi riconosco: il lavorare con costanza e disciplina.

Non penso di essere migliore di molte delle persone che questa mattina hanno detto che chi la pensa come me sull’Italia (o si resta o non cambierà mai nulla, e nessuno è riuscito ancora a convincermi del contrario) ha il culo parato e ha un sacco di soldi. Penso solo di avere quella costanza e quella disciplina che mi tiene col culo attaccato alla sedia dodici ore al giorno, almeno cinque giorni la settimana, e che non mi fa staccare per 24 ore consecutive da ottobre. Non ho nessun talento particolare, nessuna abilità, nessuna capacità creativa che possa effettivamente spiccare. Ho solo costanza e disciplina.

Se lavorassi sette, otto ore al giorno come fanno tutti o se lavorassi solo in cambio di denaro come fanno quasi tutti, non sarei qui a scrivere questo post e a raccontarvi del significato di questa giornata indimenticabile. Per fortuna sono solo un ciuccio di fatica, come si dice dalle mie parti.

I dieci minuti sono passati. Sono diventati dodici. Ho già parlato troppo bene di me attraverso il riflesso delle parole altrui. La felicità è volgare. Secchio d’acqua gelata in testa. Andiamo avanti. Mando una mail al prof con questo post. Speriamo che la parola ‘cesso’ al primo capoverso non lo indispettisca.

p.s. ah, dimenticavo. Oggi col Prof abbiamo parlato di ‘Dottorato’. Sono quasi sicuro che l’anno prossimo cambieranno pezzi significativi della mia vita professionale. Cambieranno troppe cose. Sono cambiato troppo io. La parola ‘Dottorato’ è ancora una parola meravigliosa per me. Perché penso a quanto si è sbattuto mio padre per diventare professore ad Agraria. E a tutti quelli che si sbattono per due lire, e forse neanche quelle, sperando che questo lavoro serva a tutti noi. Forse non farò mai un dottorato. Così come forse non diventerò mai uno psicologo iscritto all’albo. Però è bello pensare che tra le tante strade che potrei prendere, c’è anche questa.

p.p.s. ecco, adesso devo mandare il post pure a mio padre. Sperando che non mi dica che scrivere analisi su Lady Gaga è una cazzata. I minuti nel frattempo sono diventati 17. Altro che costanza e disciplina, sono proprio un fancazzista.

 

 

Fotografia del 28 marzo 2012 – Breaking news

28 Mar

Non è un periodo facile. Questo non vuol dire che non sia un periodo bello.

È il periodo più complicato dell’anno. Siamo nei due mesi decisivi della campagna elettorale. Non ho 24 ore consecutive senza lavoro da metà ottobre. Il weekend è un concetto retrò. Ho risposto a mail e telefonate a Natale, Capodanno, alle due della notte della Befana. È tutto vero, e non è mia intenzione lamentarmi. Fa parte della mia vita che mi sono scelto. E sono un privilegiato perché porto a casa uno stipendio, ogni mese, ogni anno, da quattro anni.

Il lavoro per cui sono riconosciuto all’esterno, quello di comunicatore politico, il più gravoso in termini di ore e responsabilità rispetto a tutti gli altri, quello che non so se riuscirò a fare per tutta la vita (penso che sia come lo sport agonistico: a un certo punto diventi vecchio e devi ritirarti o al massimo passare all’insegnamento) è divertente quanto difficile.

Quest’anno, poi, è più difficile che mai. Il contesto politico è completamente diverso dal passato e sarà completamente diverso in futuro. La quantità di variabili da tenere in considerazione sono tante e mutano in continuazione. Lo sdegno degli italiani verso la politica condiziona anche la percezione del nostro lavoro. La quasi totale assenza di entusiasmo, a destra come a sinistra, rende il nostro lavoro ancora più complesso e delicato. Non si può dire di no. Si devono solo risolvere problemi, anche se non li hai creati tu e anche se non hai la forza di risolverli per davvero.

Mi manca scrivere, mi mancano i post sistematici sui blog, mi manca la gente che mi dà del grafomane, mi mancano le discussioni online, mi mancano le analisi. Il sonno mancante è cronico, non è più una notizia. È un compagno neanche tanto gentile delle mie giornate a soli due caffè.

Mi manca il mio pezzo di vita sui social media, e so anche che questo silenzio forzato (avevo deciso di scrivere di meno perché c’è tanta gente più brava di me. Ma non volevo arrivare a questo punto) potrebbe costarmi caro. Con una tale quantità di pensieri, materiali, idee online sarà dura tornare a essere autorevole, interessante, utile dopo queste settimane senza voce.

Eppure è un momento che sa essere straordinario. Va vissuto con la consueta umiltà. Basta un errore, un errore giusto, e si scivola via. Non potrò neanche fare questa vita per tutta la vita, dunque tutto potrebbe finire da un momento all’altro. L’appagamento è letale, va evitato con tutta la forza. Ma non posso nascondere a me stesso le enormi soddisfazioni che appaiono ogni tanto sulla strada.

Nelle ultime 24 ore ho avuto due notizie splendide. Non mi chiedete di rivelarvele, non è importante. E comunque la felicità non si ostenta a meno che non sia proprio necessario per una forma di catarsi personale. Sappiate che le ho avute. Diverse nella loro bellezza. Ma ci sono state.

Ma questo post non nasce tanto e solo dalle due notizie, quanto da ciò che è accaduto attorno alle notizie. Mi riferisco a una domanda, in particolare. Fatta da un interlocutore speciale, in un momento speciale, in un contesto speciale (e non proprio positivo).

“Hai delle fonti di insoddisfazione?”

Ho risposto di sì. Ne ho una. Non posso parlare liberamente di politica a Bari e in Puglia. Non posso, è eticamente sbagliato. Non so se potrò mai. Per farlo dovrei prendere decisioni dolorose. Devo accettarlo. Ma mi pesa tremendamente.

Ora, a pensarci bene, ho un altro pensiero che mi accompagna da qualche mese. Avevo deciso di non condividerlo perché non sopporto l’idea di autoinvitarmi, di autopropormi, di muovere le mani per farmi notare. Ma già che ci siamo, condividamolo, magari scrivendolo me ne libero. Mi piacerebbe scrivere su un giornale di carta. Uno di quelli a cui sono abbonato da anni. O uno di quelli che posso portare a casa perché mamma e papà li leggano.

A proposito di loro. Mia madre non legge le cose che scrivo, ma stavolta la obbligherò a leggere questo post. Perché è stata lei a farmi l’augurio di compleanno più bello. Ovviamente sfasato, in anticipo, perché io manco da casa praticamente da un mese, mi limito a dormire e a sporcare i vestiti. Mi ha detto grazie, baciandomi la fronte. Occhi lucidi. Mamma, grazie a te.

Ecco, ce l’ho fatta, mi sono messo a piangere. Grazie pure a voi. E a chi mi ha fatto quella domanda.

Fotografia del 21 febbraio – perché non farò carriera

21 Feb

Qualche giorno fa ho visto l’eccezionale documentario di Paolo Virzì su Bobo Rondelli, “L’uomo che aveva picchiato la testa.”

Per me è stata una visione pedagogica e anche medica. Mi è servita tantissimo perché ha accelerato di colpo processi che già sedimentano da mesi nella mia testa.

Bobo Rondelli è un cantautore di Livorno bravo, bravissimo, unico. Ma non ha mai sfondato. Il documentario, di fatto, cerca di indagarne le ragioni all’interno del racconto biografico.

Mi sono riconosciuto più di una volta con il percorso di vita di Bobo pur avendo un milionesimo del suo talento e della sua vita avventurosa. Ma mi è bastato per capire.

Proprio il fatto che una persona con un talento di un milione più grande del mio non sia riuscito a sfondare e forse non abbia davvero voluto mi ha fatto capire che i limiti caratteriali sono decisivi per il (mancato) successo.

I miei limiti sono grandi. Troppo grandi. Così grandi da farmi pensare che arriverò a breve a una soglia, non molto alta, e non riuscirò ad andare oltre. Certe volte penso che sia già arrivato al picco, al massimo mi manterrò su questi livelli, curerò i dettagli. Anche perché quello che per gli altri è limite, per me è spesso un motivo di orgoglio.

Non farò carriera perché:

– mi rendo conto di avere dei limiti. Di solito quando uno si rende conto di una cosa del genere lavora per superarli, specie se li ritiene disadattivi. Però se ci penso, penso che in fondo io non li percepisco come limiti. Anzi, per me sono conquiste costruite negli anni in cui piano piano ho imparato ad ascoltarmi e a rispettarmi di più.

– Tra le mie conquiste ritengo ci possa essere la progressiva rinuncia alla diplomazia nelle relazioni. Sto imparando a non tenermi più niente. Ecco: per il mondo questo è un limite, un evidente limite relazionale. E probabilmente il mondo ha ragione a pensarla così. Io però mi sento meglio, sempre meglio, sempre più libero. Mi sento me stesso. E allora penso: perché dovrei cambiare? Nel frattempo il mondo gira nella direzione opposta.

– Ne discende che non riesco più ad accettare formule di compromesso, soprattutto per ciò che riguarda la mia vita professionale, i valori, ciò in cui credo. Ma senza compromesso il mondo è rabbioso, riottoso, confuso. Alla domanda: “Perché non fai politica?” rispondo parlando sempre di questo mio limite. Perché penso di non essere in grado di sedermi a un tavolo e accettare ciò che mi dicono tutte le volte. Altro motivo per cui non posso fare passi in avanti, al massimo posso solo curare l’estetica di ciò che ho già conquistato. Tra l’altro questa del non-compromesso è una doppia trappola, un altro motivo per cui sono destinato a rimanere bloccato, perché ostentare una cosa del genere vuol dire che al primo errore sei fottuto. Ed essendo umano, posso sbagliare. Anzi, sbaglierò di sicuro. Farò qualche scelta di comodo, per coccolare l’ego o perché guarderò la pagliuzza invece di guardare la trave. Perché non saprò valutare. A quel punto sarò doppiamente ipocrita agli occhi di chi mi guarda.

– A proposito di ipocrisia, non la sopporto più. Mi incazzo proprio. Non dovrei. Il mondo si regge sull’ipocrisia, che in molti casi è persino un valore. Senza i sorrisi di circostanza molte relazioni umane e professionali sarebbero già naufragate, con esiti disastrosi per la vita quotidiana delle persone, delle comunità, delle società. Però preferisco sparire che sorridere a chi non mi fa sorridere e soprattutto a chi non mi stima. Non voglio obbligare nessuno a essere ipocrita con me. E così mi isolo e rinuncio alle strette di mano, alle birre, alle pacche sulle spalle che magari mi farebbero andare avanti molto più di ciò che posso ottenere con il lavoro. Sia chiaro, grandissima stima a chi ha la faccia da culo: è giusto che loro vadano avanti nella vita e io no.

– Ho deciso di restare qui a Bari. E ci sto anche oggi che ha molto meno senso di tre, due, un anno fa. Vivo in una città che non sento più mia da tempo (con la certezza di essere ricambiato) ma alla fine penso che non potrei che stare qui. Voglio provare a far qualcosa, a generare un qualche processo di cambiamento, anche se credo sempre di meno di essere all’altezza. Mi basta un computer e una connessione a Internet, poi posso stare qua per tutta la vita. Però la vita vera non è qui, è a Roma, a Milano, all’estero. Sono un ragazzotto di provincia. E mi piace tantissimo.

– Mi piace prendere posizione su ciò che mi accade, su ciò che vedo, su ciò che sento. Non mi tiro indietro. Su Facebook e su Twitter lo hanno capito e spesso mi coinvolgono. Potrò imparare mille tecniche per non espormi, ma i social media sono implacabili: c’è il mio nome e il mio cognome. Se si parla di politica, di economia, di creatività, delle cose che faccio di mestiere e si fa tutti i giorni fatalmente si scriverà qualcosa che fa incazzare qualcuno, che porta a disistimarti, o semplicemente a non voler lavorare con te. Anche se sei bravo, anche se te lo dovessi meritare. Tecnicamente, sali sul cazzo a tutti, invece di farti apprezzare da tutti per il coraggio.

– e soprattutto, non farò carriera perché scrivo post del genere.

p.s. non ho scritto per farmi dire “No Dino, non è così, tu sei bravo, ci riuscirai”. Anche perché non c’è alcuna parola che possa convincermi del contrario. Sto bene così, non ho bisogno di conforto.

 

 

Fotografia del primo febbraio 2012 – Che vuoi fare da grande?

1 Feb

Da laureato in psicologia sono sempre stato affascinato per ciò che, nel senso comune, sono definiti ‘colloqui psicoattitudinali’. Anche se non abbastanza da decidere di passare la vita a tagliare teste, a decidere del destino di singoli individui, a parlare di ‘risorse umane’ invece di ‘esseri umani’.

In particolare sono un grande estimatore di due domande, entrambe proiettive, che costringono a pensare.

1. ‘Che vuoi fare da grande?’

2. ‘Dove ti immagini tra 5, 10 anni?’

Non credo sia una coincidenza, ma un paio di settimane fa, in uno dei colloqui professionali più emozionanti della mia vita, mi sono state poste entrambe le questioni.

E il mio interlocutore non ha nascosto il suo gioioso stupore nell’ascoltare la mia risposta, secca e unitaria:

‘Non so cosa farò fra 5 o 10 anni, di sicuro so che non riuscirei a fare una sola cosa per volta’.

È la mia salvezza e la mia condanna. Mi riempie la vita di energie e mi fa arrivare distrutto a fine giornata, ogni giorno.  Mi porta ad avere costanti pensieri per la testa, preoccupazioni, fonti di stress. E mi regala gioie, speranze, motivazioni.

Questa incapacità di essere regolare, statico (il solo pensiero mi fa apparire la parola ‘noia’ che lampeggia con tristi luci al neon nella mia testa) mi costringe a tenere più fronti aperti e allo stesso tempo mi permette di sentirmi un po’ più libero di quanto effettivamente sono.

Perché un modo alternativo di rispondere alla domanda ‘Che vuoi fare da grande?’ poteva essere ‘voglio essere libero’, ma quella risposta avrebbe aperto un fronte che richiederebbe interi giorni per essere esplorato, anche perché non sono ancora arrivato a una soluzione definitiva di come si raggiunge questo obiettivo che mi accompagna durante quasi tutti i momenti liberi (sempre meno), quelli in cui cammino, guido, penso.

Fotografia del 28 dicembre 2011 – Bilancio dell’anno dell’understatement

28 Dic

Chiariamoci: io quest’anno non ho concluso un cazzo.

Non ho prodotto cambiamenti, neanche marginali, nell’ambiente che mi circonda. Né a Bari, né in Puglia, né in Italia, né nel mondo. Le poche persone che riesco a far star bene c’erano anche nel 2010 e in molti (per scelta mia, come per scelta loro) non ci sono più, o sono relegati al ruolo di turisti.

Non posso vantare scarti qualitativi evidenti nella mia vita. Sono nella stessa città, nello stesso ufficio, con lo stesso status sociale di dodici mesi fa. La mia vita relazionale è ridotta ai minimi termini, le poche persone importanti continuano a essere al mio fianco con uguale ardore. Il mio reddito complessivo non è cresciuto a sufficienza per potermi permettere scelte di profonda novità. Nè, in verità, ho cercato questo ordine di decisioni.

Al lavoro tutto è proseguito speditamente: tanto impegno, tante novità, nessuna novità. Un filotto di giorni tremendamente intensi, un insieme di storie di 24 ore che hanno ognuna una propria dignità e autonomia rispetto a tutte le altre, ma che combinate fanno un racconto tutto sommato piatto.

La cartina di tornasole è nelle domande semplici. A questioni come: “Novità al lavoro?” “E a parte il lavoro?” rispondo sempre allo stesso modo, stancamente. “No, nessuna novità, tutto uguale, sono una persona noiosa”.

Non mi va di parlare dei cazzi miei, tutto quello che ho da far sapere è pubblico e tutto quello che non voglio far sapere non verrà certamente dichiarato dopo una domanda, seppur diretta.

Tutto questo, tutto sommato non è poi così grave. Anzi, forse è la diretta conseguenza di ciò che volevo davvero. Ogni anno è ‘dedicato’ a qualcosa: il primo gennaio decido di pormi un obiettivo, spesso piuttosto generico e soggettivo nei parametri di valutazione, e provo a perseguirlo. Il 2011, nella mia testa, doveva essere l’anno dell’understatement. Testa bassa e basso profilo, dopo anni al centro della scena, soprattutto a causa delle campagne elettorali della mia terra e alcuni scatti in avanti come la possibilità di scrivere su un quotidiano online nazionale. Ho abbandonato la provincia, non il provincialismo che mi permette di rimanere con i piedi saldamente per terra e che benedico tutti i giorni, insieme alla mia pessima cadenza barese, perché mi ricorda che non sono nessuno.

Mi sento soddisfatto rispetto all’obiettivo: penso di essere stato bravo, di aver effettivamente abbassato il profilo. Ho ridotto la retorica, asciugato i pensieri, rinunciato all’ampollosa diplomazia. La stanchezza mi ha reso più spigoloso, più netto, forse meno educato, ma mi sento migliore.

So che molti dei miei amici, conoscenti e contatti sui social media non sarebbero d’accordo con la disamina. Per un essere umano ‘social’, la sovraesposizione è in realtà una condizione esistenziale. Se comunichi te stesso attraverso i tuoi profili, è difficile che tu non sia percepito come portatore di un ego ingombrante. Piano piano questa dispercezione passerà: quando tutti saremo online e lo saremo in modo maturo e competente, si ripartirà da zero.

Per il momento devo accontentarmi dell’autoanalisi. Del lavoro che quotidianamente faccio su me stesso. Dei commenti cattivi che devo leggere e a cui ho il dovere di rispondere. Delle critiche, talvolta gentili e talvolta ostili, con le quali devo confrontarmi con uguale umiltà. Dei complimenti e degli attestati di stima, privati e pubblici, di gente comune e di grandi pensatori, che valgono solo nell’istante in cui vengono pronunciati, così come la gioia che si può provare in quei momenti.

Ho passato un anno in palestra. A formare la muscolatura. Adesso posso uscire di nuovo. Per fare qualcosa di importante, sempre che il mio carattere totalmente incapace di compromessi sia compatibile col cambiamento.

Mi metto alle spalle il 2011 senza aver lasciato nulla in eredità al futuro. Potrei ritenermi un buon lavoratore, ma il mio lavoro è stato retribuito, la transazione tra me e la società è chiusa così. Nessuno può ringraziarti ulteriormente e io non devo sentirmi mai in credito con nessuno.

Mi metto alle spalle il 2011 con un solo grande orgoglio personale grazie al quale sento di aver raggiunto l’obiettivo del 2011: l’understatement. Sono orgoglioso di non aver mai ostentato le mie emozioni più grandi. Né il dolore, né la gioia.

Ho perso due nonni e uno zio nel giro di tre mesi. Prima di quest’anno avevo tutti e quattro i nonni e tutti gli zii. Mi auguro che nessuno si sia accorto dei miei lutti, perché se così fosse stato mi sentirei ancora più orgoglioso. Ho preso non più di tre ore di permesso per i funerali, per le sveglie alle 5 del mattino, per le fughe in macchina, per stringere la mano dei vivi, per cercare di non dire banalità ai parenti che piangevano, per farmi sentire presente pur non essendolo quasi mai nel corso dell’anno.

Ho passato momenti indimenticabili, tra pomeriggi al mare e dibattiti pubblici, tra piccole felicità familiari e grandi soddisfazioni professionali, tra le righe della vita e i righi della scrittura, tra scambi di abbracci, affetto, complicità, tra urla al cielo e speranze, tra scoperte e rivelazioni. Come nel dolore, allo stesso modo ho ritenuto che la gioia non fosse qualcosa da condividere.

Tutti provano dolore, tutti provano gioia. Pensare di essere più felici o più disperati degli altri, e ritenere che comunicare queste emozioni possa essere utile a qualcuno, o che possa generare automaticamente empatia o condivisione per il solo fatto di averle comunicate, è una delle più sconcertanti (e comuni) forme di arroganza che io conosca.

Io quest’anno non ho concluso un cazzo, ma forse mi conosco un poco meglio. E sono felice così.

Fotografia del 29 novembre 2011 – Responsabilità

29 Nov

Responsabilità [re-spon-sa-bi-li-tà] s.f. inv.La condizione di dovere rendere conto di atti, avvenimenti e situazioni in cui si ha una parte, un ruolo determinante.

La parola responsabilità, in Italia, non ha più lo stesso significato di un anno fa. È stata svuotata da un brief creativo di Berlusconi che per salvare la faccia all’operazione-Scilipoti ha dovuto usare l’abito buono del nostro dizionario. Ogni giorno qualche politico ci ricorda che è il momento della responsabilità: un momento lungo un anno, nel quale l’Italia è nel frattempo semi-fallita. Facendo fallire, insieme, la nobiltà di quel termine.

Rileggere la definizione del vocabolario, devo dirvi la verità, mi ha riconciliato con la lingua e con il buon senso. E anche con il buon umore. Mi è sembrato automatico il collegamento con uno scambio (im)mediato di questa mattina. Sono partito da una valutazione che mi sembrava oggettiva (dati che parlano di dati, oggettività che parla di oggettività), poi Juan Carlos ha rovesciato il tavolo. Secondo me ha ragione lui e ha ragione pure Christine Lemke. Con i dati si fanno valutazioni lucide ed è più facile capire se la direzione di marcia è giusta; senza dati si può comunque tendere al miglioramento.

E dopo questa lunghissima premessa, sono arrivato a quello di cui volevo scrivere. Faccio un lavoro per cui sono obbligato a prendere numerose decisioni, ogni giorno. Alcune difficili, altre banali. C’è sempre poco tempo, lo stesso tempo, per tutte. Per questa ragione mi sono meritato i galloni di automa: problema, valutazione, decisione. La delega spesso non esiste. Non c’è tempo. Come non c’è tempo per arrabbiarsi e non c’è spazio per le emozioni. Problema, valutazione, decisione. Controllo.

A me piace prendere decisioni e non mi spaventano le responsabilità. Non potrebbe essere diversamente, dovrei cambiare mestiere altrimenti. Ma ci sono giornate in cui ci si rende conto di quanto quello che nascondo dietro un apparente automatismo possa, invece, diventare tremendamente difficile.

Il mio lavoro prevede un costante intervento di valutazione. Valutazioni soggettive: dei colleghi, degli amici, dei clienti, dei followers. Valutazioni oggettive: il ROI, le percentuali, i fatturati, i bilanci.

Non basta essere bravi, o meglio, non basta che ti dicano che sei bravo. Non serve. Devi vincere, devi vincere sempre. Anche se non sei competitivo, anche se la vittoria di qualcuno può corrispondere alla sconfitta di qualcun altro, anche se la tua vittoria non serve a niente.

Anche se la vittoria tua non è merito tuo. Anche se la tua sconfitta non dipende da te.

La responsabilità, lo dice il vocabolario, è quando tu decidi e tu rispondi delle tue decisioni. La responsabilità è inebriante: le war room delle campagne elettorali possono causare dipendenza, avere l’idea giusta per una campagna di successo è straordinariamente gratificante. Ma quando ti fai nel mazzo per vincere e perdi perché c’è la crisi economica, o non fai assolutamente niente di notevole e vinci, la sensazione è di frustrazione: nel primo caso ti arrabbi, nel secondo non te la godi.

Quando si crea questa distonia, pensi che questa responsabilità tarocca sia così faticosa da farti passare la voglia di sperimentare la responsabilità vera. Quando si vince e si perde a prescindere da te, ti viene da pensare intensamente ai tanti che lavorano onestamente, fanno il loro compitino, tornano a casa, e ricominciano.

Poi ti passa, ti deve passare. Bisogna vincere. Non sei bravo se non vinci.

Fotografia del 31 ottobre 2011 – Scrivere, scrivere, scrivere. O forse no

31 Ott

Scrivere è facile. Scrivere bene è difficile. Scrivere qualcosa di utile è difficilissimo. Avere l’umiltà di leggere quando si sa scrivere è praticamente impossibile.

Due mesi fa avrei voluto scrivere una fotografia sulla mia ritrovata passione per la scrittura. Ho passato agosto a pubblicare post dovunque, a studiarmi la crisi finanziaria, a pontificare su qualsiasi cosa mi emozionasse. Ora mi sento molto distante da quello stato d’animo.

Pensavo che scrivere tanto fosse prima di tutto un atto ‘di servizio’: serve raccontare anche ciò che è già stato detto, magari provare a dirlo meglio, a più persone. Con l’estate, poi, è emerso un tipico tratto difettoso del mio carattere, un mix di superomismo e carattere del panchinaro. Sono tutti in ferie, pensavo io; qualcuno dovrà pur raccontare ciò che accade. Potevo farlo, perché non ero isolato né mentalmente né dagli strumenti di comuniczione, e l’ho fatto. E forse lo rifarò pure l’anno prossimo. E lo rifarò tutte le volte in cui gli altri sono altrove, perché penso che sia utile ai lettori.

Quell’agosto mi ha restituito la mirabile qualifica di ‘grafomane’. Una qualifica che disturba anche i sonni di qualcuno: sabato sera un noto giornalista pugliese di carta stampata mi ha raccontato di avermi sognato. Di aver sognato di uccidermi. Ma non in modo violento, piuttosto sadico: ha immaginato di vedermi soffocato sotto i miei post di Facebook, trasformati in fogli di carta. Un foglio per post, uno spaventoso muro di stupidaggini che tolgono l’aria.

Il giornalista della carta stampata potrà smettere di sognarmi. Sto provando a scrivere di meno e a leggere di più. Meno Facebook e più Twitter. Meno pulpito e più condivisione, meno pianificazione dei post, più testi scritti di getto. Unica eccezione: quando qualcuno ritiene che io debba dire qualcosa su un qualsiasi argomento e io me la sento, non dico di no.

Meno quantità, più qualità. Sempre che sia in grado.

Fotografia del 6 ottobre 2011 – Io e la morte

6 Ott

Ho un rapporto sereno con la morte. Come con tutte le non-variabili, o con le variabili che posso controllare direttamente. La morte è lì, non si discute, non si può evitare. Forse si può ritardare. Certamente si può anticipare. Sicuramente non si può prevedere, perlomeno non in modo preciso.

Quando muore qualcuno, non riesco a pensare al morto. Penso ai vivi. Alle lacrime di chi piange. Ai nuovi vuoti. Al bisogno dei vivi a cui voglio bene di ricordare i morti. Alle ragioni di un’esistenza che si assottigliano, si reinventano. O muoiono.

La morte dei vivi è decisamente più dolorosa perché non è una fine, è un’agonia. E l’agonia è molto più dolorosa di una morte. Perchè l’agonia è una variabile, la morte no.

Ho un rapporto sicuramente meno sereno con la vita. Non è conflittuale, per nulla. Ma è inquieto. Perché la morte è certa, l’arrivo della morte no. E per quanto ci si possa  muovere lungo la variabile del tempo, la morte può arrivare fra tre ore o fra 60 anni. Può essere violenta o lenta, dolorosa o dolce, cosciente o inconsapevole. Non lo saprò mai. Non lo sapremo mai.

L’ineluttabile, l’incontrollabile sono le dimensioni dell’inquietudine. Per questo motivo non riesco a perdere un solo secondo della mia vita. Mi incazzo quando mi annoio, quando la gente butta le proprie esistenze cercando di ingannare il tempo, come fosse una risorsa illimitata. Quando le persone rimangono bloccate nella loro vita aspettando che qualcuno (che non arriverà mai) li salvi.

Non capisco perché si abbia così tanta paura della propria morte e allo stesso tempo si abbia così tanto poco rispetto della propria vita.

Poche ore fa è morto Steve Jobs. Di lui ho ammirato il suo rapporto con la morte. Da quando ha ricevuto la sua lettera di condanna a morte ha realizzato l’iPhone, l’iPad, sviluppato l’iPod. La morte ha rappresentato una forza creativa. Di chi sapeva di avere poco tempo, di chi voleva lasciare qualcosa al mondo, e non poteva che dedicare la sua vita, ciò che gli restava, a questi obiettivi.

Per questo motivo, se ogni tanto mi vedete perdere la pazienza, mi vedete viaggiare in solitaria, non accettare i compromessi, schiantarmi contro i muri (e poi rialzarmi, e cercare un altro muro su cui schiantarmi), sappiate solo che lo faccio per questo, perché non so quanto tempo ho e per questo lo voglio spendere nel migliore dei modi.

Affamato sempre, folle non so. Di sicuro, ammirato dalla sua lezione di vita.